“Lo straniero”. Camus, Visconti, Ozon

"Da ultimo, ricordo solo che dalla strada e per l'intero spazio delle sale e delle aule, mentre il mio avvocato continuava a parlare, è risuonata fino a me la tromba di un venditore di gelati. Mi sono sentito assalire dai ricordi di una vita che non mi apparteneva più, ma in cui avevo trovato le mie gioie più povere e più tenaci: odori d'estate, il quartiere che amavo, un certo cielo di sera, il sorriso e i vestiti di Marie. A quel punto l'inutilità di qualunque cosa stessi facendo in quel luogo mi è risalita in gola e ho avuto soltanto un'urgenza, che si sbrigassero a farla finita e mi lasciassero ritrovare la mia cella insieme al sonno". ("Lo straniero", Albert Camus, Bompiani, pag. 136).
Meursault è un uomo che ama il mondo e
la vita ma da loro non vuole essere disturbato. Meursault è la voce narrante
del primo romanzo di Albert Camus, "Lo straniero" (Gallimard, 1942), è l'io
lucido e apparentemente indifferente a tutto quello che accade intorno.
Il romanzo è bello in modo disarmante.
Come è disarmante la figura di Meursault, il suo andare senza scopo apparente,
senza ragioni a monte, orizzonti a valle, eppure tenace lungo la corrente che
lo porta. Tenace al punto da lasciar andare tutto, tranne la convinzione di
aver capito l'essenziale. Di possedere il senso del suo stare al mondo.
Un personaggio intero, senza frammenti
che si spaccano e spargono qua e là, senza briciole sfarinate dalla sua pelle e
dai vestiti. Meursault non perde pezzi, non si spezza, non è disperato. Alla
fine, ha solo paura. Lo dice al prete che tenacemente lo viene a trovare in
cella e tenacemente cerca di portarlo verso la luce. Verso una divinità che
Meursault non vede e non vuole. Non vuole questo peso, non vuole una salvezza,
un appiglio, un'uscita di sicurezza. Lui vuole solo vivere. Che siano cent'anni
o trenta, non importa. Li vuole vivere quegli anni, a modo suo, con la
sicurezza di non giudicare e di non essere giudicato.
Meursault ha la limpidezza dalla sua.
Una vista cristallina su quello che sente e che non sente. Sono tante le cose
che non sente. E perché dovrebbe sentirle? Perché dovrebbe fingere di essere
quello che non è?
È sincero Meursault, con tutti. Con
sua madre, davanti alla bara chiusa, senza lacrime né affettazione. Con Marie,
la bella dolce cara Marie, che è il suo ultimo pensiero, quello che cerca nel muro
della cella, oltre le sbarre del parlatoio, tra le lenzuola dopo averla avuta fra
le braccia nelle calde notti d'Algeri. Lei gli chiede se la ama, ma no, non la
ama. Gli chiede di sposarla, ma sì, se questo la fa felice si sposeranno. Con i
giudici, l'avvocato, il pubblico ministero, con tutti è sincero Meursault.
Perché ha ucciso il giovane arabo algerino sulla spiaggia? È pentito? C'è
qualcosa che vuole dire in sua difesa? Quali sono state le circostanze del
caso? Non ci sono risposte precise in Meursault, e se ci sono, sono semplici,
lineari, lucide. Non ce l'avevo con lui, non mi aveva fatto nulla, è stato un
caso ed è stato il sole, il sole abbagliante negli occhi che mi ha fatto
sparare il primo colpo di pistola.
Meursault non è cattivo, non è
aggressivo, non ha rancori né sospesi. Vive le circostanze, con la madre, con
Marie, con Raymond che l'ha portato su quella spiaggia, con i giudici gli
avvocati i preti, con tutti vive le circostanze. Soprattutto, Meursault sente
la distanza tra sé e gli altri. E in quella distanza non prova disperazione ma
paura. Non è paura di vivere o morire, solo paura di non essere considerato dal
mondo che lui attraversa senza falsità.
Qualche settimana fa al cinema è
uscito "Lo straniero" diretto da François Ozon, film in concorso alla Mostra
del Cinema di Venezia 2025. Lo sguardo di Ozon vola sopra e dentro le pagine
del romanzo, entra nella figura di Meursault e nell'atmosfera di un paese (l'Algeria)
e di una città (Algeri) con una narrazione straordinaria. La scelta di aprire con
una sequenza di immagini di repertorio della Algeri colonia francese, porta gli
occhi dentro un intero mondo e dentro la storia. Il bianco e nero del film avvolge
il paesaggio e i protagonisti, li stringe e li mostra. Nel bianco e nero spicca
Meursault e la sua distanza dal mondo. Benjamin Voisin è un magnifico
Meursault, delineato dal corpo, dai movimenti e dai silenzi.
Lo sguardo di Ozon si è posato anche su
Luchino Visconti che nel 1967 ha realizzato (in un trionfo di colori) il suo "Straniero".
I protagonisti sono Marcello Mastoianni (in tutta la sua pienezza) e Anna
Karina. Un film strano, distante dagli scenari viscontiani, forse considerato a
ragione minore, ma bellissimo per come il regista ha tradotto i personaggi.
Due film che raccontano il vuoto pieno
di vita di Meursault e riportano dolcemente lo sguardo alle pagine di Albert
Camus, scrittore, pensatore, uomo capace di smuovere la terra su cui camminiamo
e sulla quale crediamo di esistere.
