La luce di Homo Faber, a San Giorgio Maggiore

31.08.2026

A pensarci, la luce è la radiazione che definisce il visibile e a volte riesce a mostrare l'invisibile. Homo Faber 2026 è pensato e costruito sulla luce. Dal 1° al 30 settembre riempie le stanze, i giardini, i chiostri di San Giorgio Maggiore, nei magnifici spazi della Fondazione Giorgio Cini.
La quarta edizione dell'esposizione dedicata all'arte dell'artigianato d'eccellenza si intitola "An Island of Light" e ha come direttore artistico Es Devlin, artista britannica capace di costruire enormi installazioni cinetiche di sorprendente effetto visivo.
Homo Faber è curato dalla Michelangelo Foundation for Creativity and Craftsmanship e organizzato in partnership con Fondazione Giorgio Cini e Fondazione Cologni dei Mestieri d'Arte. In mostra ci sono oltre 700 opere realizzate da più di 500 artisti artigiani da tutto il mondo.

Il mondo. Es Devlin lo racconta attraverso la manualità preziosa di cesellatori che creano, lavorano, modellano materie di ogni tipo in ogni angolo della terra. Il mondo creativo e manuale si raccoglie in una narrazione di saperi, pensieri, applicazioni. Nella miriade di forme realizzate a tutte le latitudini, i pezzi e gli artisti scelti vibrano intorno a una traccia, una linea sinuosa che avvolge di variazioni luminose un'idea di ricerca, riflessione, estetica, utilizzo, contemplazione, lavoro.

Il filo di Devlin è la luce. Poggiata, emanata, creata, riflessa, plasmata, soffusa, abbagliata, ciclica, echeggiata. La luce è il punto di forza di ogni opera esposta e delle grandi installazioni che si allargano tra spazi chiusi e aperti, nella geometria acquea della Piscina Gandini, nel Chiostro e nel Cenacolo Palladiano, nel Chiostro dei Cipressi, via via fino all'ultima tappa, un colpo d'occhio aperto sul Labirinto Borges; un'oscillazione continua in quindici tappe adagiate sull'architettura dell'isola.
C'è bianco negli allestimenti, c'è il colore della terra, degli alberi, del cielo, a tratti spuntano vampate di colore, vasi e sculture fiammeggianti ricordano come la natura non sia mai omogenea, mai monotona.
Il legame tra la manifattura degli oggetti, le forme, il lavoro umano per realizzarli, il pensiero che dà alla materia una funzione, le mani, la natura stessa da cui ogni opera scaturisce, sono il filo incandescente creato da Es Devlin.
L'architettura luminosa che tiene insieme gli oggetti e le installazioni è l'ingranaggio visivo che dà senso all'opera dell'ingegno. L'esaltazione di ogni forma sta nei tagli luminosi, nel modo in cui ciascuna è poggiata, riflessa, replicata negli specchi. La geometria di luci e ombre è tanto potente da rendere i visitatori parte delle scenografie, in un'interazione costante con le opere e con chi le ha realizzate.

"Ho voluto rappresentare le creazioni di cinquecento paia di mani come una manipolazione luminosa. Le opere danzano con la luce, perché i materiali con cui sono realizzate – argilla, vimini, vetro, piume, legno… - sono tutti nati proprio grazie all'interazione con la luce del sole".
(Es Devlin, dal Catalogo Homo Faber - An island of Light)

In questo movimento percettivo ci sono molti oggetti di straordinaria bellezza: i dettagli minimi raccolti nelle Stanze della Fotografia con "A Language of Hands" che ricostruisce una manifattura artigianale, e "An Alphabet of Objects" dove una scultura cinetica proietta il profilo degli oggetti come ombre cinesi; "A Full Moon Rising" ha come fulcro un'installazione acquatica nella Piscina Gandini dove, in costante oscillazione, sorge e tramonta una luna che sembra sorgente di acqua e di luce; nella Ex Tipografia alcuni oggetti in legno, corteccia levigata, vasi (non tutti, forse troppi, disseminati lungo tutta l'esposizione) danno l'idea precisa di cosa può uscire dalla terra e dalle mani; i grandi uccelli origami realizzati dall'artista cinese Wen Quiwen su disegni di Es Devlin, stanno sospesi sopra la grande scalinata che porta al Cenacolo Palladiano; mi colpiscono il bianco steso sulla lunga tavola nel Cenacolo, il bianco nel suo insieme, e i vetri verdi di Jiyong Lee "Green Tetrahedron Diatom", posizionati in una delle ultime sale, rivestita interamente di specchi, dove i visitatori in un gioco di riflessi diventano parte dell'esposizione. Infine, il grande arazzo disegnato sempre da Es Devlin, realizzato da Bonotto, tessuto con plastica di scarto, pura lana vergine e carta washi giapponese, sta appeso come uno schermo luminoso nel Labirinto Borges.

Il movimento di rimandi tra un luogo e l'altro, l'invito della curatrice ad osservare e sostare su ogni oggetto e gesto, sono la forza di questo Homo Faber. Il senso delle cose non è solo un valore estetico né solo un valore d'uso, è piuttosto la comprensione di come nasce un oggetto, quali forze muove per esistere, il suo posto nel mondo.
Il lavoro di ogni artigiano è presentato nello splendore della fatica, della cura, dell'armonia con il pianeta, un luogo da vivere creando connessioni, rigenerazioni.
Vivere significa dare spazio alla vita, una questione di sintonia, empatia con gli oggetti pulsanti e inanimati. La natura ha un potere che sta nelle pieghe e che tendiamo a dimenticare: spilla osmosi, respira e fa respirare. Questo spirito, capace di generare l'arte di vivere, è in molte narrazioni visive del nostro tempo, nelle arti figurative, nell'architettura, nella danza, nel cinema. "An Island of Light" risuona con l'arte contemporanea, nella preziosità dei mestieri, fatti per cesellare il pensiero, i gesti minimi, la materia del mondo.

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