“In Perù con Mario Vargas Llosa”. Il viaggio di Gabriella Saba dal Pacifico alle Ande

14.06.2026

La prima volta che il Perù ha incrociato i miei occhi ero bambina, per un libro che stava ordinato sulla grande libreria ad angolo di mio padre. In una elegante compatta edizione rilegata con copertina rigida, di costa spuntava il volume "Storia della conquista del Perù. La tragica fine dell'Impero Inca" di William H. Prescott, storico di Boston che pubblicò l'opera nel 1847. L'edizione italiana in questione era del 1970, divisa in cinque "libri" (capitoli), intervallati da bellissime illustrazioni provenienti "dai maggiori archivi di stato europei", precisava una nota a fine volume.
Da quel momento il Perù e i popoli precolombiani sono diventati nel mio immaginario qualcosa da esplorare e difendere. Ho trascorso gli anni successivi dicendo in giro che sarei andata a Machu Picchu e alla ricerca delle tracce lasciate dagli Incas. Nel tempo ho scoperto Maya, Aztechi, Toltechi e il fatto che prima di loro altri popoli nativi abitavano le Americhe, ma gli Incas sono rimasti una presenza indelebile.
Non sono mai andata verso quelle tracce, ho solo osservato da lontano la storia e i movimenti delle terre indoamericane, specialmente il Perù. Il libro di mio padre, con il suo profilo verde decorato ad arabeschi dorati, resiste sulla mia libreria.

Molti anni dopo, sempre pescando tra i libri di papà, ho scoperto Mario Vargas Llosa. Il libro era "Avventure della ragazza cattiva" (Einaudi, 2006) e papà vedendolo tra le mie mani disse, leggilo facendo caso alla scrittura. L'ho fatto e sono rimasta colpita dalla limpidezza delle parole, capaci di raccontare grovigli. Ricordo di aver pensato che Vargas Llosa aveva dentro un mondo complesso, aggrovigliato appunto, ma riusciva ad offrirlo alle pagine e ai lettori con una nitidezza rara.
Confesso che ero e sono tuttora (pure questo volume resiste sui miei scaffali) colpita anche dalla copertina del libro: una foto in bianco e nero che ritrae le splendide gambe di una donna, tacchi a spillo e tubino scuri, mentre salgono sul predellino di un bus (si intuisce). Ho sempre pensato che avrei voluto avere gambe così.

Quando ho visto il titolo del libro scritto da Gabriella Saba, giornalista e scrittrice che ha esplorato e conosce a fondo l'America Latina, "In Perù con Mario Vargas Llosa. Storie di amore e odio di un Nobel inquieto" (Giulio Perrone Editore, 2026), il pensiero è andato ai due volumi sugli scaffali, tanto diversi e lontani tra loro ma, in qualche modo, intimi.
Il Perù di Vargas Llosa è un luogo pienamente novecentesco, uno spazio e un'atmosfera complessi come il mondo interiore che lo scrittore portava dentro. La sua vita e la sua terra erano e sono manifestazioni difficili da districare, fatte di storia, incroci, conquiste, espropriazioni, illusioni, schiavitù, perdite, riconquiste. Gabriella Saba entra in un mondo fatto di sottomondi, entra nella vita di Vagas Llosa attraverso i suoi scritti (un corpo di opere che sono valse allo scrittore il Premio Nobel nel 2010), alla ricerca dei luoghi che sono stati casa, viaggi, allontanamenti, ritorni.
Nato e cresciuto in un Paese conquistato, conteso e rimescolato (come tutte le terre americane), lo scrittore originario di Arequipa, vissuto a Lima e poi soprattutto in Europa, ha raccontato il Perù attraverso pezzi di vita, relazioni familiari e umane, stese come un humus a comporre narrazioni che stanno ancorate a città, quartieri, ombre, desideri. Luoghi e figure assorbiti lungo un'esistenza intensa. Un percorso che ha portato Vargas Llosa a vivere per molti anni lontano dal Perù, in Spagna soprattutto ma anche in Francia e Inghilterra, e che lo ha riportato negli ultimi anni di vita alle origini: ad Arequipa, città alla quale ha lasciato circa ventitremila dei tantissimi volumi raccolti nella sua immensa biblioteca, e a Lima, dove è morto nel 2025.

Gabriella Saba si intrufola nel groviglio di paesaggi, scritti, scelte, pensieri, e predispone un viaggio soprattutto nel Perù costiero, quello affacciato all'Oceano Pacifico, intriso di luce e colori ombrosi.
"Grigia. La Lima in cui si muove Vargas Llosa nei suoi libri è quasi sempre grigia. Un grigio polveroso o plumbeo definisce il paesaggio, scolora le atmosfere e a volte, paradossalmente, le ravviva", dice l'autrice nell'incipit.
Questo grigio è una linea d'orizzonte. Un colore apparentemente mesto che però dà una luce intensa a tutto. Attraverso questa "perlacità" vediamo ogni cosa. Il rapporto di Vargas Llosa con i quartieri di Lima (Barranco e Miraflores) in cui ha abitato, l'amore per la musica criolla, espressione estrema del sentire peruviano e identità del Paese, i locali frequentati, le periferie, il conflitto interiore ma ben visibile tra la selvatichezza delle radici e il desiderio di crescita, sviluppo, emancipazione del Perù. E ancora, le esperienze in Amazzonia, le visioni andine, il sentimento di odio verso Sendero Luminoso (formazione terrorista di estrema sinistra che ha flagellato il Perù fino al 1993) e la sua visione dei senderisti.
Con delicatezza Saba entra anche nelle scelte politiche controverse dello scrittore, dalla militanza a sinistra negli anni Cinquanta, alla delusione amara che lo allontana dal partito comunista a fine anni Settanta, alla visione liberale conservatrice maturata negli anni Ottanta; scelte che hanno messo una luce strana sopra la sua figura, tanto sfumata da rendere difficile la comprensione del groviglio.
Restano i libri. Voce e paesaggio di ogni scrittore. Quelli di Mario Vargas Llosa sono densi di case, strade, città, fratture, donne, uomini, ribelli, imbelli, caserme, musica, orizzonti, oceano.

"A Lily piaceva andare tutti i pomeriggi in quell'angolo del Parque Salazar zeppo di palme, dature e campanelle dal cui muretto di mattoni rossi contemplavamo tutta la baia di Lima come contempla il mare il capitano di una nave dalla plancia di comando. Se il cielo era limpido, e giurerei che quell'estate il cielo fu sempre senza nuvole e il sole brillò su Miraflores senza mancare un solo giorno, si scorgeva laggiú in fondo, ai confini dell'oceano, il disco rosso, fiammeggiante, che si accomiatava con raggi e luci infuocate mentre affogava nelle acque del Pacifico. La faccina di Lily si concentrava con lo stesso fervore con cui andava a prendere la comunione nella messa delle dodici alla parrocchia del Parque Central, lo sguardo fisso su quella palla di fuoco, aspettando l'istante in cui il mare avrebbe ingoiato l'ultimo raggio per formulare il desiderio che l'astro, o Dio, avrebbe fatto realizzare. Anch'io esprimevo un desiderio, credendo soltanto a metà che si sarebbe avverato." ("Avventure della ragazza cattiva", Mario Vargas Llosa, Einaudi, 2006, pag. 8)

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