“In Minor Keys”. Alla ricerca di un tono lieve

Mi sono chiesta quale sia la tonalità minore ("In Minor Keys") della
Biennale Arte 2026. L'ho cercata tra i padiglioni, dentro gli enormi
stabilimenti dell'Arsenale, negli edifici delle nazioni collocati ai Giardini
della Biennale. Un tono e un movimento presi dalla musica, scelti e declinati
dalla curatrice camerunese Koyo Kouoh, scomparsa il 10 maggio 2025 mentre
costruiva la sua biennale.
In questa edizione c'è un intento indiscutibile. Quello di far emergere dai
luoghi e dalle dimensioni più silenziose la materia essenziale, un sentire
essenziale, radici profonde eppure tenui, reticolari, la terra, gli elementi
dimenticati, accantonati, perduti. E in questo intento c'è la ricerca di una
comunione, ritrovare persone e cose attraverso il silenzio, l'istinto, i fili
delle tessiture, gli impasti basilari e naturali di terre cotte, colori, suoni.
Tutto questo è evocato dal titolo, "In Minor Keys", e da un progetto costruito
nel tempo, come quando si tesse una tela a trama lieve e complessa, dove il
disegno emerge lentamente e, forse, solo alla fine saranno percepibili forma e
tono.
Nella biennale che ha appena aperto le porte e resterà visitabile fino al
22 novembre, la tela in tono minore ha alti e bassi, sintonie e profonde
confusioni, distonie e alcune felici tonalità sommesse. Ha spazi che si
schiudono lievi e vaste aree di chiasso, toni che forse vorrebbero respirare di
un "minor" invisibile, ma che si perdono nel caos di forme, grovigli,
ingranaggi.
La fragilità che ho sentito è un filo che in molti punti si perde. Il
progetto centrale voluto da Koyo Kouoh ha una base avvincente, un intento che
schiude lo sguardo al senso profondo della vita, ai ritmi che vanno rallentando
e nel fermarsi danno ascolto, visione, una esitazione che ribolle e nel
silenzio trova direzioni, come una bussola nelle mani di un viaggiatore. Queste
sensazioni le ho trovate in alcuni spazi e allestimenti. Ma se osservo l'esposizione
nella sua interezza (soprattutto il progetto centrale steso nell'immenso
cannocchiale dell'Arsenale), mi prende il caos e uno smarrimento agitato. È
così che l'ho attraversata, muovendomi nella confusione e trovando, di quando
in quando, appigli, calma, essenzialità, quella tonalità minore immaginata
dalla curatrice.
D'altra parte, in questa biennale il caos ha preso tutto, ha sparigliato i
punti fermi, tra polemiche, prese di posizione, dimissioni (l'intera giuria),
manifestazioni. Se il vivere stesso è un atto politico, certamente lo è
l'espressione artistica. La cultura, quella visiva in questo caso, ha un ruolo,
ha un potere, e nel tempo in cui viviamo ogni manifestazione pubblica urta i
fianchi lacerati del mondo. Un mondo che sta allo zenit dei soprusi, della
violenza, delle guerre, dei giganti che mangiano topolini, dei lupi che
divorano agnelli come nella fiaba di Fedro.
La cultura del mondo però mi parla. Le forme che prendono vita dai pensieri
e dalle mani degli artisti mi parlano. E parlano in tutte le lingue del mondo,
da tutti gli angoli della terra, voci di donne, uomini, persone, gruppi,
popoli. Desidero che le porte restino aperte, che si possano aprire, quelle dei
confini, dei paesi, di città, nazioni, padiglioni. Posso sempre scegliere di
non entrare, di non varcare una soglia, non calpestare un suolo. Posso
scegliere di non ascoltare ma, prego il mondo di non chiudere i passaggi. Non è
questo che ci salva, che salva, protegge, difende chi è schiacciato.
Ho scelto di entrare. Ho attraversato tutte le sale, tutti gli edifici che ho potuto raggiungere. Ho varcato ogni confine. Forse ho capito poco, nulla, ma ho guardato, ascoltato, sentito. Ho detto sì e no, ho detto forse, non ho detto nulla, ho comunque scelto di stare. In Perù, Egitto, Argentina, Israele, Cile, India, Marocco, Turchia, Polonia, Uruguay, Russia, Romania, Italia… nel resto del mondo, quasi tutto presente.
L'Egitto ha allestito il "Silence Pavilion: Between the Tangible and the Intangible" del curatore e artista Armen Agop. L'invito è ad entrare lasciando fuori ogni rumore, ogni pensiero brulicante, ronzante. Lo sguardo è accolto da sculture in granito, lavorate e posate in un percorso che inizia nell'intangibile, passa per ciò che è tangibile e arriva all'invisibile. C'è un invito a toccare la pietra e nel farlo a sentire la vibrazione che emana. Il granito viene dalle profondità della terra, noi veniamo da lì. Per questo Agop chiede silenzio, per sentire la connessione profonda e lieve tra noi e il mondo. Ho toccato il granito di Agop e questo gesto si è rivelato prezioso. Con lui ho rivisto i miei movimenti tra gli spazi, dentro il caos che tanto ha interferito, con gli occhi alla ricerca di un tono minore nascosto.
Il silenzio sta anche nei tessuti del padiglione Perù: "From Other Worlds". La sala è allestita con grandi teli di cotone grezzo animati da disegni geometrici kené, una tecnica antica tramandata da donna a donna che appartiene al popolo Shipibo-Konibo dell'Amazzonia peruviana. L'arista Sara Flores è piccola, esile, piena di segni e dalla pelle morbidissima. Ha un sorriso dolce e guarda i riflessi della laguna con sorpresa, lei che vive immersa nell'Amazzonia e prepara teli, colori, disegni, ispirata dalla ayahuasca, il decotto di erbe psicoattive che accompagna i gesti sciamanici in quella terra. I disegni sono incredibilmente precisi, realizzati tutti a mano libera. Sara Flores spiega dolcemente la composizione, i movimenti per imbibire i teli, il lavaggio per togliere l'eccesso, la precisione delle linee e delle curve. Ogni telo è un mondo che apre ad altri mondi. I materiali appartengono tutti alla natura: il cotone ai fiocchi, i colori alla curcuma e ad una teoria di erbe tintorie. La tonalità minore di Sara Flores è tutta nella sua ancestralità, nei suoi settantasei anni, nello stare lieve sopra il mondo.
Entrare nello spazio di Israele è un'immersione che toglie il fiato: "Rose of Nothingness". La stanza è un enorme quadrato punteggiato da colonne, alla base una grande vasca piena di inchiostro nero dove ogni colonna si immerge. Da un lato entra la luce naturale che prende in pieno la vetrata; dal soffitto un sistema idrico fa scendere una pioggia lieve a intermittenza. Lo specchio di acqua bruna risuona, le gocce dall'alto disegnano cerchi perfetti. Belu-Simion Fainaru è artista e curatore, vive ad Haifa, è rumeno. Insegna arte all'Università di Haifa, è fondatore della Biennale del Mediterraneo che unisce attraverso l'arte i popoli e le culture. È un uomo abituato ad ascoltare, a creare connessioni, non divisioni, non conflitti. La sua installazione parla e risuona di echi antichi, racconta di cabala talmud scrittura. È un gesto pieno di lentezza, pieno di ascolto. Belu-Simion Fainaru ha chiesto di essere guardato per la sua arte. Il resto sono rumori sordi.
In Argentina c'è un mare di sale. Matías Duville ha allestito "Monitor Yin Yang" un gigantesco disegno fatto di sale e carbone che tappezza il pavimento dell'intero padiglione. I visitatori lo attraversano camminando su sentieri di sale. I tratti sono netti e sfumati insieme, perché il bianco e il nero segnano un'evidenza e perché il carbone sfarinato come una granella sopra il sale si appoggia e si lascia andare, tenue. Un'opera che più tangibile non si può e più effimera non si può. Il paesaggio attraversato è elementare e sonoro, immaginativo e percettivo. Esplora il mondo in cui siamo immersi, il dolore, la capacità umana di rigenerarsi e di annientarsi. Entrando nel padiglione si viene investiti dal bianco e nero dei segni, dai suoni che rimbalzano, e non resta che fluttuare lungo i sentieri tracciati, a compiere un viaggio circolare sopra un mondo cristallizzato.
L'artista cileno Norton Maza ha creato una grande macchina che racchiude diorami.
Un oggetto apparentemente imperscrutabile, non fosse per piccoli fori dai quali
vedere il mondo in una "Inter-Reality". Dai fori posizionati in vari punti,
l'occhio coglie frammenti di esistenza terrestre, sistemi di vita compromessi, migrazioni,
distorsioni ecologiche, civili, politiche. Sembra impossibile che da un'apertura
tanto piccola si possa cogliere un mondo tanto grande.
La Polonia avvolge i visitatori di canti e immagini, una installazione
degli artisti Bogna Burska e Daniel Kotowski. "Liquid Tongues" è forse l'unica
opera di videoarte in biennale che mi ha coinvolto e incantato. I canti e le
danze subacquee sono realizzati da performer udenti e non udenti: le voci, i
movimenti, l'azzurro dell'acqua, gli abiti rossi, ogni cosa ha una dimensione
sensoriale e si ispira ai canti delle balene. L'effetto è un sistema di
codificazione che supera i limiti umani.
La Russia è un urlo. "The tree is rooted in the sky" è una composizione complessa realizzata da diversi artisti. In una performance dei primi giorni di biennale, alcuni di loro hanno allestito un accampamento: tre figure sedute, dal ventre suoni disumani, amplificati, continui. Un grido sordo salito dalle viscere, netto e confuso insieme. Non era né bello né brutto, era vibrante. Accanto al campo di voci cupe, allestimenti floreali, arborei e una domanda: perché i fiori non profumano più?
Molte altre cose meritano occhi e attenzione. Forse per cogliere in profondità ogni singolo spazio e intervento bisognerebbe tornare sui propri passi. Forse tornerò ai giardini e all'arsenale, o forse lascerò che tutto scivoli nel caos senza traccia. Non tutto si può raccontare. In coda a questo fiume di parole lascio qualche altra immagine che parli da sé. Sono punti di vista, frammenti di possibili visioni. Questo poi, in fondo, è l'arte. Dare forme e lasciare che si frammentino in mille angolazioni, con il potere degli occhi, tanti occhi mai uguali.
