“Il mondo senza inverno” di Bruno Arpaia

Sembra scoppi un temporale. Il cielo si è scurito con toni dal perla all'antracite.
L'aria porta l'eco di tuoni che vagano come borbottii, un lamento sommesso e
indeciso. Tutto resta dentro una cappa pesante, la temperatura sfiora i 40, il
caldo non molla. Dicono che cederà un po' nelle prossime ore. C'è da sperare lo
faccia senza esplodere in tifoni.
I tropici che ho sempre pensato lontani, oltre gli oceani e sotto l'equatore,
sono qui, nella curva lagunare, un lembo che ondeggia tra terraferma e mare dai
fondali bassi.
Il mondo sembra davvero senza inverno, come nel romanzo di Bruno Arpaia,
uscito qualche mese fa per Guanda. Temo un mondo senza inverno. Per qualcuno, forse molti, un mondo senza
la stagione fredda e poco luminosa sarebbe un mondo ideale. A me non avere
l'inverno fa tremare cuore e pensieri, perché la natura ha bisogno di contrarsi
per espandersi, di riposare per aprirsi alla luce. Le stagioni hanno le loro
ragioni, danno ritmo, tempo, maturazione, riposo, cambiamento.
Ho letto "Il mondo senza inverno" di Bruno Arpaia un po' di tempo fa.
Come per "Qualcosa, là fuori", che lo scrittore ha pubblicato sempre per Guanda
dieci anni fa, durante tutta la lettura mi sono sentita avvolta da un colore
rossastro, anzi, arancio intenso, rotondo come un frutto, pronunciato come i
tramonti a sud. La copertina del libro evoca un'atmosfera marziana, e leggendo
l'ho avuta sugli occhi per tutto il tempo, un colore acceso e offuscato allo
stesso tempo. Un arancio dall'odore acre, polveroso, con poche speranze.
In questi giorni caldissimi i due romanzi (uno il seguito dell'altro) si
sono presentati a me in modo secco. Vedo quell'arancio acre ovunque. Ho
movimenti lenti, respiro lento, resisto allo split (ma a tratti cedo), però tutto
intorno vedo di continuo case serrate che buttano fuori dalle unità esterne aria
calda, acre, arancione.
Quando ho letto "Qualcosa, là fuori" ho seguito due cose, lo scenario
apocalittico e lo stile di Bruno Arpaia, la sua capacità di narrare e
intrecciare il flusso avvincente dell'immaginazione alla realtà. L'immaginazione
è quella dei personaggi, dell'intreccio pensato dall'autore, la realtà è tutto
il resto, perché la distopia del mondo che da lungo tempo guardiamo all'orizzonte,
è arrivata.
Il viaggio verso nord che i protagonisti dei due romanzi compiono, forse
non siamo ancora noi a doverlo fare, ma il mondo è pieno di persone che
viaggiano lasciando tutto dietro; migrano da un sud a un nord, da un est a un
ovest per tante ragioni, compresa l'impossibilità di abitare terre arse, rese invivibili
dal clima antropico.
"Il mondo senza inverno" riprende il filo della narrazione lasciato da
Arpaia lassù, in Scandinavia, dove gli eroi al contrario del suo racconto (comuni,
infragiliti, ammutoliti, sconfitti dal tempo e dallo spazio) sono arrivati dopo
aver attraversato mezzo emisfero.
Lassù comincia un'altra storia, nella terra del grande freddo che però è
ormai senza inverno, imbrigliata nelle mutazioni climatiche, polverizzata. È
una storia che racconta soprattutto una trasformazione intima e sociale
profonda. Ci dice che la direzione presa a tutta velocità, non ha rotto solo la
diga ambientale, non si limita alla sopravvivenza in uno spazio che non tollera
più l'antropocene, ma ha rotto le relazioni umane, ha compromesso l'idea dell'armonia
sociale.
Il mondo è stretto in una morsa fatta di prevaricazioni, guerre, schizofrenie
climatiche e non c'è una di queste cose meno importante delle altre. C'è invece
una relazione profonda che le lega una all'altra, perché il mondo di oggi, come
il mondo di Arpaia, è invivibile per tante ragioni. Lo spazio, come luogo di
conquista, è anche uno spazio sempre più ristretto dove la convivenza è il primo
dato umano compromesso.
"Il mondo senza inverno" dice che abbiamo perso il senso e la ragione,
non domani, ora. Il mondo in cui abitano Marta, Sara, Miguel, Ahmed, lassù in
Scandinavia (lembo del pianeta rimasto faticosamente vivibile) è un mondo
disintegrato, non solo dal clima ma da un senso vitale perduto, da una socialità
perduta, da una tecnologia amica e nemica, che è progresso ma anche strumento disumanizzante.
In un mondo senza più l'inverno.
Quando leggo mi chiedo sempre cosa pesi di più in me: il racconto, la
storia nella quale l'autore mi propone di entrare o la scrittura per sé stessa,
se questa mi parla tanto da osservarla. Ci sono storie avvincenti che si
perdono in scritture faticose o anonime, e ci sono scritture che lavorano in
purezza senza raggiungere una narrazione. Le parole di Arpaia, mi tengono lungo
un crinale sospeso tra due paesaggi: una narrazione che dà forma a immagini, e
un linguaggio che esce dalle immagini e parla di sé.
Il temporale è scoppiato. I tuoni sono diventati rombi, i lampi saette,
la pioggia è scesa violenta e opaca. Il vento ha fatto danzare nuvole di sabbia
giallastra che ora si è poggiata e l'aria è più leggera, almeno un po'.

