Gli sfondi sorprendenti del thriller. “No Other Choice” e “Ultimo schiaffo”

Al cinema il thriller è sempre stato un genere parallelo a
quello letterario. Fino a un certo punto, però, sullo schermo e sulla pagina, la
trama gialla è rimasta arginata dentro spazi precisi, non sempre valorizzata per
qualità, spessore artistico, finezza culturale. Giallo, noir, thriller si sono
dovuti nobilitare, hanno dovuto attendere il riconoscimento di un'identità alta
e l'autorizzazione ad uscire dagli argini. Al cinema Hitchcock è stato un caso
a sé, forse per quella suspanse che è diventata categoria assoluta,
parte del linguaggio visivo, capace di portare la narrazione noir e thriller su
vette quasi irraggiungibili e, soprattutto, sottendendo molto altro al di là
del crimine.
Lo scenario thriller, però, nel tempo si è diluito, mescolato, confuso con
altre maniere di raccontare, altre atmosfere, diventando a volte una semplice
traccia, una bussola sottile utilizzata per raccontare scenari diversi, incubi
che solo in parte o solo apparentemente hanno a che fare con un omicidio, una
sparizione, un mistero oscuro.
Nello spazio di pochi giorni ho visto "No Other Choice" di Park Chan-wook e
"Ultimo schiaffo" di Matteo Oleotto.
Due film che più diversi non si potrebbe, per collocazione spaziale, culturale
e filo narrativo. Eppure, dalle vite messe in scena in Corea del Sud e a Cave
del Predil (villaggio minerario in Friuli), affiorano una serie di somiglianze,
cupe e allegre assonanze che mi hanno entusiasmato.
Non urlo al capolavoro, non l'ho fatto neppure con l'altro film recentissimo
che mi ha entusiasmato (e molto: qui), "Le città di pianura" di Francesco
Sossai, che avrebbe meritato una candidatura agli Oscar. Sono però tutti film genuinamente
belli, realizzati davvero bene, con linguaggi originali, personaggi tratteggiati
magnificamente, attori a volte non professionisti o acerbi che in una totale
spontaneità hanno dato il meglio.
"No Other Choice" è ispirato al romanzo "The Ax" di Donald E. Westlake (1997), dal quale nel 2005 il regista Costa-Gavras aveva tratto il suo "Cacciatore di teste". Un remake, dunque, però il "Non c'è altra scelta" di Park Chan-wook emerge dal dramma sociale e dal thriller di cui è fatta la storia, attraverso ironia e splendidi accenti di comicità. Man-soo (l'attore Lee Byung-hun, bravissimo) è caporeparto in una cartiera, una multinazionale che arriva al dimensionamento del personale, come da copione narrativo dei nostri tempi. Man-soo, insieme ad altri, viene licenziato. A cinquant'anni deve reinventarsi, ma dopo più di un anno tira avanti con piccoli lavori, rischia di perdere la casa con un mutuo insostenibile, il benessere della famiglia, le opportunità per i figli. È a questo punto che Man-soo, nel tentativo di farsi assumere da un'altra multinazionale della carta, ha un pensiero sconvolgente e geniale, tanto assurdo quanto praticabile perché "non c'è altra scelta": eliminare tutti i concorrenti al posto di lavoro. La trama è thriller perché procede sul filo degli omicidi e di una serie di colpi di scena; è drammatica perché ad ogni passo di Man-soo percepiamo il dramma della sconfitta sociale; è comica e ironica perché Man-soo è un uomo buono, pieno di speranze e di sogni, e perché nella totale inesperienza da serial killer, colora i suoi gesti di mosse inaspettate, facendo tesoro delle sue conoscenze di chimico della carta e di appassionato di botanica. Il risultato è una commedia dark entusiasmante e profondamente reale.
"Ultimo schiaffo" parla di sconfitti, immersi nel clima glaciale dei monti friulani, nel mezzo delle feste natalizie. Il regista Matteo Oleotto ha detto di aver trovato ispirazione in "Fargo" dei fratelli Coen (1996); il sapore è quello, vissuto senza presunzione, come una suggestione illuminante, metabolizzata e resa in modo personale, dimensionata a Cave del Predil, frazione del comune di Tarvisio, quasi deserta, un tempo sito minerario ribaltato dall'estrazione di piombo e zinco. Qui lo sfruttamento ha reso esausto tutto, anche gli abitanti, anche Petra e Jure (praticamente alle prime armi Adalgisa Manfrida che al Festival "Alice nelle città" ha portato a casa due premi, e Massimiliano Motta, straordinari), sorella e fratello che vivono di espedienti con la loro ditta di tuttofare in nero. Hanno una madre che sta in una residenza per anziani, con problemi di demenza senile, per cui riconosce Jure e dice di aver perso Petra. Lei, Petra, è arrabbiata con il mondo intero, cerca di continuo il colpo della svolta, si entusiasma alla notizia di un cane (dal nome evocativo Marlow) scomparso, per il quale i proprietari offrono una lauta e non precisata ricompensa. Tutto andrà a rotoli, in un dramma collettivo, in mezzo alle luminarie di Natale, in un gioco di equivoci che sono thriller per decessi improvvisi e vagamente precisati; sono drammatici per la disillusione e disperazione dei protagonisti; sono comici e ironici perché, tra sospetti e ambiguità, il regista gioca con i qui pro quo, sciogliendo l'aria cerulea e refrigerata dell'inverno friulano.
L'ironia e la comicità insinuate nella trama thriller e
drammatica è ciò che accomuna "No Other Choice" e "Ultimo schiaffo". Una traccia
cupa, a tratti sanguinolenta e drammatica, raccontata con il tono della
commedia. Una finezza che non toglie nulla al clima fosco delle storie, al
dramma personale e sociale dei personaggi. Piuttosto li colora, li rende vividi
e, paradossalmente, ancora più inevitabili.
"No Other Choice" di Park Chan-wook era in concorso a
Venezia a settembre 2025; il film ha avuto una forte distribuzione e ancora
resiste in sala. "Ultimo schiaffo" di Matteo Oleotto sta facendo il giro delle
sale italiane; il regista lo accompagna, incontra il pubblico, procede come un
cavaliere alla testa dei compagni con passione, entusiasmo e coraggio: l'immagine
di un certo cinema italiano che mi piace tanto.

