“Georg Baselitz. Eroi d’oro”. Ancora per un po’ l’artista tedesco è a San Giorgio

Mi soffermo sulle tele di Georg
Baselitz esposte fino al 27 settembre nella Sala Carnelutti della Fondazione
Giorgio Cini, all'Isola di San Giorgio.
"Georg Baselitz. Eroi d'oro" nasce
proprio per San Giorgio. L'artista tedesco ha dipinto le sedici immense tele
per questa esposizione, dunque, la mostra non è un percorso nella pittura di
Baselitz, non è una summa del suo viaggio nell'arte ma, allo stesso tempo, è
proprio questo.
Sembra un testamento visivo, non solo
perché Georg Baselitz se n'è andato il 30 aprile scorso, un attimo prima di
inaugurare l'esposizione il 6 maggio. Ma perché questi dipinti raccolgono un'intera
poetica visiva, l'ultimo tratto di un lunghissimo viaggio nella forma.
Quando sono entrata nei due immensi
spazi allestiti ho avuto un fremito che, dagli occhi, è andato in tutto il
corpo. Le gigantesche tele sono porte nella vita di Baselitz. Lui stesso
racconta, in un prezioso video che accompagna la mostra, come le ha pensate e
sentite. Tutte hanno un fondo d'oro, una base che è un giaciglio luminoso per i
tratti neri, dipinti a vernice diluita a dare l'idea dell'inchiostro. I corpi
sono quelli dello stesso Baselitz e dell'amata moglie Elke. Corpi stiracchiati
o contratti, ridotti all'osso, corpi vissuti, consumati, cigolanti.
Come fossero tavole dell'iconografia
medievale, gli immensi rettangoli verticali su cui è steso l'oro restituiscono
nella bidimensionalità la fisicità spessa di due persone che hanno vissuto
molto. Nude, senza orpelli o pesi, sono appesantite dal loro stesso esistere.
Alti, molto più delle misure umane, i tratti neri dei corpi di Baselitz sono
allo stesso tempo senza peso.
Tutti appesi a testa in giù, porgono
ad altezza di sguardo le teste e il torace, gli occhi devono salire molto in
alto per riconoscere il ventre, il pube, le rotule, e lassù i piedi, a toccare
un immaginario cielo o nulla.
L'artista è arrivato a questa sintesi
dopo aver sperimentato molto e studiato molto. Ci sono le figure piatte dell'arte
iconografica medievale e ci sono gli scenari rinascimentali del nord Europa.
L'oro definisce il silenzio di ogni quadro. I tratti neri dei corpi sono una
scrittura, un alfabeto disegnato come una calligrafia da tradurre in parole.
Una parte delle tele è arricchita da pennellate di colore, tinte messe insieme
a caso, linee poggiate in punti qualsiasi, senza un significato preciso.
Baselitz spiega anche questa tecnica, il Kooning, un modo di inserire
nell'immagine citazioni visive, posizionate in modo casuale, a raccontare
quello che lo sguardo vuole vedere. Gli occhi cadono sui vortici fiammeggianti
fuori dall'oro e dal grafismo del nero. Sono suoni, sono isole, sono altre
porte nella vita dell'artista.
Lui e Elke stanno lì, immobili,
silenziosi, dormienti. Racchiudono nelle ossa, nei seni scarni e cadenti, nei
genitali assopiti l'intera esistenza. Le membra, siano tese o rattrappite,
nell'oro prendono i tratti dell'eternità, ma anche dell'assenza. Nell'oro si
dissolvono, nell'oro nuotano, nell'oro tacciono, parlano, si scompongono. Georg
e Elke sono l'umanità intera. Sono loro, soli, la vita vissuta insieme, il
sentimento attraversato, non vogliono essere altro che se stessi. Per questa
ragione sono tutti.
Non c'è un modo preciso per
attraversare questa mostra, credo che ognuno debba partire da sé. Prendere un
filo, una pennellata nera e lucente di Baselitz e svolgerla, seguirla, vedere
dove porta, sapendo che non ci sono un inizio e una fine, c'è invece un andare
dentro e fuori dai corpi scarni, dall'oro denso, dai colori senza significato.
Forse in queste tele possiamo cogliere una particella di noi.
NOTE: la mostra è curata da Luca Massimo Barbero, direttore dell'Istituto di Storia dell'Arte della Fondazione Giorgio Cini.
È visitabile all'Isola di San Giorgio Maggiore fino al 27 settembre. L'ingresso è libero.
PIù info qui: Fondazione Giorgio Cini.
