“Amarga Navidad”. La scrittura di Pedro Almodóvar

Il Natale amaro di Pedro Almodóvar è una composizione di scatole cinesi in movimento libero. Il regista è uscito con il suo nuovo film, "Amarga Navidad" in concorso a Cannes, per raccontare, alla sua maniera, sé stesso, i fitti intrecci relazionali che popolano la sua vita e l'immaginario, gli animi di donne e uomini, figure d'invenzione, ma non del tutto. Ogni cosa passa attraverso un'onda visiva di colori, arredi, abiti, linee, ambienti, stanze e angoli, panorami, scorci, diventati il tratto distintivo di Almodóvar.
Il filo che tiene la trama del film è la scrittura, una forma stesa sulle
immagini in molti sensi.
Ho immaginato di avere tra le mani la sceneggiatura di "Amarga Navidad",
proprio una delle copie maneggiate dal cast: si useranno ancora i copioni di
carta, segnati, consumati, pieni di orecchie e grinze? Non lo so, ma la mia
visione è questa.
Con la sceneggiatura in mano vedo i colori accesi dei maglioncini indossati
da Elsa Raúl Natalia, dei tessuti sui divani, di tende, pareti, cespugli verdi nel
paesaggio, cactus grandi e spinosi che spuntano dalla terra vulcanica sull'isola
di Lanzarote. C'è un lavoro cesellato che, attraverso le parole scritte,
prepara la messa in scena, le immagini, i movimenti, la storia.
Le parole, però, sono soprattutto dentro il film, nei caratteri dei
personaggi, nella scelta di Almodóvar di creare una storia nella storia, matrioske
racchiuse una sull'altra, visibili solo smontando la narrazione, le parole; una
macchina ad incastri messa nelle mani degli spettatori. Non sono semplici
scatole, ma oggetti da costruire e smontare in un gioco di pazienza; forme che
diventano evidenti solo se assemblate, disperse e ricomposte con lentezza.
"Posso scrivere soltanto con la libertà più assoluta", dice Raúl al
compagno Santi. La scrittura è cinematografica, Raúl è un regista alla ricerca
della scintilla creativa perduta. Seduto davanti alla tastiera scrive la sua
sceneggiatura. La vediamo prendere forma attraverso la storia di Elsa, anche
lei regista ma di spot pubblicitari, creatività poca anche se il suo nome
riecheggia in qualche immaginario per un film di culto girato anni prima.
Raúl e Elsa sono due volti di Almodóvar, uno racconta la storia dell'altro,
la costruisce, la scrive. È il cinema che il regista mette sempre davanti a noi,
un cinema che parla di sé, del suo immaginario, delle ossessioni, passioni,
delusioni. Pezzi di vita che Almodóvar disegna semplicemente puntandoli da
diverse angolazioni. Coni di luce che appaiono posizionando un faro, scegliendo
bene visuale, taglio, distanza. La luce si accende e appare una parte di mondo,
mai vero fino in fondo, mai finto del tutto.
Elsa è il perno. Una donna forte che soffre di terribili emicranie dopo la
morte della madre. Dolori che non riesce a gestire, amplificati da attacchi di
panico. Vaga fragile alla ricerca di farmaci per sedare l'angoscia ma, allo
stesso tempo, è il punto d'appoggio di tutti: il compagno Bonifacio che l'adora
ma non sa come aiutarla, una costellazione di amiche tradite dagli uomini,
dalla vita, dal lutto.
Lei tutto sommato è una scrittrice, vive di fama riflessa e di pubblicità,
ha una magnifica casa a Lanzarote, luogo lunare, ma accesissimo di colori che
si stagliano sulla terra antracite. Lanzarote è la sospensione dal caos, il
punto di fuga ma anche lo spazio dove l'immaginazione ricomincia a vivere.
Quella di Elsa e di Raúl.
Raúl vede e scrive la protagonista del suo film così, forte e complessa, e
vede sé stesso così. Quello che non vede mentre scrive è il narcisismo, lo
sconfinamento nello spazio degli altri, mentre utilizza la libertà assoluta di
cui ha bisogno per scrivere. Una libertà che fa leva sulle vite di chi gli è intimo,
il compagno Santi, l'assistente Mónica.
"Amarga Navidad" è certamente uno dei film più autobiografici di Almodóvar,
ma è anche una riflessione sul libero arbitrio, su quanto possiamo attingere dalle
persone, quanto possiamo fare nostro il vissuto, l'intimità di chi amiamo o
crediamo di amare.
Una questione non da poco, assoluta, posizionata nella stratosfera, ma anche
un oggetto che scivola nelle vite, nelle relazioni umane sparse come sfere sul
biliardo; una miriade di palline che rimbalzano spinte da pensieri e parole espressi
senza premura, contesto, sguardo sull'altro da sé.
È bella la libertà di espressione, una conquista, un segno di emancipazione
e connessione con il mondo. Ma che valore ha spinta all'estremo, plasmata sulle esistenze non nostre, senza distinguere linee, confini e sconfini, privato e pubblico, intimo e
collettivo, sussurrato e urlato?
Penso che Pedro Almodóvar dica anche questo nel film. A modo suo, caricando i personaggi di esasperazione, eccesso, colori, umori, ossessioni, paure, gioie passeggere, dolori immensi. Parla di sé e parla di tutti. Di un io così grande da perdere la percezione di sé.
