“All’ombra del Caregòn di Dio”. Ad ascoltare

Parto da un'indicazione che Gadi Luzzatto Voghera dà ai lettori a pagina 41 del suo libro, "All'ombra del Caregòn di Dio", uscito per la casa editrice Il prato, a novembre. Suggerisce di ascoltare i canti disseminati nel testo, un racconto di vita, scalate, osservazioni, riflessioni, scritto con profonda intimità. I canti sono per l'autore parte integrante di questa scrittura e dell'esperienza stessa in quota, tra valli e cime, paesi e sentieri. Anzi, le canzoni menzionate o riportate in strofe, sono necessarie alla comprensione della narrazione, del sentire che la anima. Per agevolare la ricerca dei canti che parlano di montagna, resistenza, sentimenti, il volume riporta in appendice, nella sezione "Note", l'elenco della "ideale colonna sonora" e dove rintracciarla.
Così ho fatto. Ho iniziato la ricerca e l'ascolto dei cori armonici e
melodiosi, dei canti popolari, resistenti, pieni di eventi e di genti. Ed è
vero, per capire il viaggio in parole intrapreso da Gadi Luzzatto Voghera, per
vedere con i suoi occhi l'esperienza vibrante dei monti, è importante ascoltare
i canti, ma anche i suoni della terra, del cielo, della vita brulicante che
abbraccia entrambi.
Parto da questo, per provare ad esplorare il libro, perché le
riflessioni stese nel tempo, dall'infanzia in avanti, ma anche in dietro, dentro
la storia personale e in quella collettiva e umana, ogni pensiero espresso ha
bisogno della melodia.
Considerare questo, consente di fare un salto. Come se il libro, dalla
sua dimensione piana di pagine affollate di parole, diventasse tridimensionale;
come se lo sguardo di chi legge, all'improvviso, si trovasse a passare
dall'osservazione del cielo allo starci dentro, sospeso a fluttuare.
La cosa poi mi ha preso un po' la mano, perché ho allargato la ricerca
e, per esempio, ho iniziato ad ascoltare le raccolte di canti di Bepi De Marzi,
che l'autore tiene come riferimento speciale, stando immersa nei suoni
armoniosi, a volte a picco, in salita e in discesa, che i cori allargano a
perdita d'occhio, come la vista dalle cime.
Non sono brava a stare nelle pagine e nelle note contemporaneamente,
così ho alternato la lettura di "All'ombra del Caregòn di Dio" all'ascolto su
YouTube dei canti di montagna. Un esercizio prezioso e lento, centellinato come
le gocce da un dosatore di essenze.
Il Caregòn di Dio è il Monte Pelmo, nel cuore delle Dolomiti, in
provincia di Belluno. È una montagna che nel libro è il punto di riferimento dell'autore
e della narrazione condivisa con i lettori. Ma il Pelmo è una cima che, tra
tutte quelle sperimentate (molte), Gadi non ha mai scalato e non intende
scalare. Un'altezza da guardare in tutta l'imponenza, un faro, un gigante
maestoso davanti al quale inchinare corpo e pensieri. L'immagine è bella, piena
di osservazione e ascolto.
Nel libro ci sono molte narrazioni e visioni che consentono di sentire il
rapporto personale con le montagne, soprattutto le Dolomiti; narrazioni che, insieme
agli eventi privati, restituiscono una costellazione di accadimenti, scenari dilatati
nel tempo, geografie allargate nello spazio, e scalano (oltre ai monti) la vita.
La geografia è un'altra bussola (come i canti) che riempie le pagine e aiuta a capire la posizione di valli e montagne, paesi e rifugi, sentieri e boschi. Una geografia fatta anche di mappe (le carte Tabacco, con la loro catalogazione numerica, i percorsi tracciati e suddivisi per gradi) e soprattutto di nomi:
"[…] Assegnare il nome corretto ai monti, ai torrenti, ai villaggi, agli animali e ai vegetali d'ogni varietà è per me una necessità spirituale. In particolare, sono le diverse cime che pretendono di essere riconoscibili perché hanno una loro personalità: mi parlano, si presentano a me" (pag. 8).
Dare un nome significa avere la percezione di sé e del mondo intorno; è un
modo per trovare orientamento e significato (molti significati) nei luoghi, nello
starci dentro, come accade alla forma che prende senso nel contenuto, e
viceversa.
Trovando un nome, i luoghi diventano non solo rintracciabili ma
percorribili. Nominare orienta, svela, mostra, illumina. Non farlo lascia la
mappa del mondo e di noi stessi muta.
Gadi Luzzatto Voghera definisce questo libro la sua prima esperienza di
scrittura creativa, avendo molta dimestichezza (una dimestichezza affatto
estranea alla creatività) con la scrittura storica, critica, saggistica.
Sarà forse per qualche corda che mi risuona dentro, che riconosco e
assaporo in silenzio, ma vedo "All'ombra del Caregòn di Dio" come qualcosa di
diverso dalla scrittura creativa o non limitato ad essa. È un diario intimo, un
sussurro aperto al mondo schiuso da dentro. È creativo, indubbiamente, ma è
anche percettivo e sensoriale, come se chi scrive fosse spinto dal corpo
stesso. Come se il racconto uscisse dai cinque sensi, quelli che connettono la
fisicità all'altro da sé (persona o luogo), e prendesse forma in una
sensibilità nuova: quella che connette i luoghi interiori alla materia, le
rocce, le radici, il sottobosco, la neve.
E alle persone. Quelle care, praticate da sempre o incontrate lungo la strada e
diventate certezze.
Non voglio spingermi in un'analisi dei mille rivoli messi sulla carta,
non sarebbe sensato per me. Il libro va letto, da chi ama la montagna, da chi
non ha su di essa un pensiero particolare ma gode con sincerità lungo una
navigazione spaziale e interiore. Va letto anche per trovare lungo tutta la
narrazione intense riflessioni sulla storia: quella legata ai monti che Gadi
esplora da sempre, e quella personale, familiare, culturale, dove la cultura,
il terreno fruttuoso sono la sua profonda ebraicità e laicità. Tutto reso lieve
(intendendo con lieve qualcosa che per natura sale verso l'alto) da uno sguardo
su sé stesso e sul mondo profondamente spirituale.
Il libro è una peregrinazione accurata, e allo stesso tempo liberata,
dentro esperienze di vita aderenti ai luoghi e ai volti amati; esperienze che,
lungi dall'essere zone confortevoli, hanno spinto e spingono l'autore a cercare
oltre. Un lavoro che a me pare conquistato dopo una lunga attesa.
Penso all'immagine che ho dentro fin da piccola, un gioco che occupava
molto del mio tempo durante le vacanze estive, al mare: stavo immersa fino alle
spalle poco oltre la riva; dal fondo prendevo pugni di sabbia, portavo la mano
chiusa al pelo dell'acqua e lì, poco sotto la superficie, aprivo le dita
lasciando cadere la sabbia sul fondo; la bellezza del passatempo era osservare
le miriadi di granelli nella loro lenta discesa; l'acqua di colpo
s'intorbidiva, la sabbia con le sue pagliuzze minerali brillava colpita dai
raggi del sole in caduta dal cielo, i granelli piano piano danzavano fino al
fondo e l'acqua, lentamente, trovava una limpidezza assoluta.
Ecco, "All'ombra del Caregòn di Dio" ha la quiete, la lentezza e la
limpidezza dei granelli di sabbia scivolati al fondo del mare, nei pressi della
riva.
